Net Zero: gli effetti del no delle banche USA
L’uscita dai patti Net Zero da parte di alcune delle maggiori banche americane e asset manager segna un momento cruciale nell’intersezione tra finanza e politiche climatiche. Queste decisioni, sebbene riflettano le realtà politiche interne degli Stati Uniti, portano conseguenze globali, minando lo slancio delle iniziative volontarie sul clima e sottolineando la necessità di accordi internazionali più vincolanti. Con l’Europa alle prese con le proprie evoluzioni politiche, il futuro della finanza sostenibile dipenderà dalla capacità di colmare il divario tra ambizione normativa e realtà di mercato, prima che il sistema finanziario globale venga meno agli obiettivi di neutralità climatica proclamati con tanta enfasi.
Le recenti decisioni delle principali istituzioni finanziarie statunitensi di ritirarsi da importanti alleanze climatiche hanno scosso il panorama globale della sostenibilità e della finanza. Sei delle maggiori banche statunitensi, tra cui JP Morgan Chase, Citigroup e Bank of America, hanno abbandonato la Net-Zero Banking Alliance (NZBA), mentre BlackRock e Vanguard, tra i maggiori gestori di asset al mondo, hanno lasciato la Net Zero Asset Managers initiative (NZAM). Queste mosse, che riflettono la crescente politicizzazione dell’azione climatica negli Stati Uniti, segnano un punto di svolta per il settore finanziario globale e sollevano interrogativi critici sul futuro degli impegni volontari per la sostenibilità.
Che cosa sono la NZBA e la NZAM?
La NZBA e la NZAM sono componenti integranti della Glasgow Financial Alliance for Net Zero (GFANZ), istituita nel 2021 come pilastro degli sforzi globali per allineare i flussi finanziari agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. I membri si impegnano a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, fissando obiettivi intermedi e divulgando i progressi in modo trasparente. Per le banche della NZBA, ciò ha significato integrare il rischio climatico nei portafogli di prestiti e allineare le operazioni ai percorsi di decarbonizzazione. Allo stesso modo, i membri della NZAM promettono di sostenere investimenti in settori sostenibili e di decarbonizzare i propri portafogli. Queste alleanze hanno simboleggiato un fronte comune tra i grandi nomi della finanza per mitigare i rischi climatici e finanziare la transizione verde.
Perché i giganti finanziari americani si stanno ritirando?
L’uscita delle banche statunitensi da queste alleanze è guidata da una combinazione di fattori politici, legali ed economici. Alcune delle potenziali cause:
- reazioni politiche contro l’ESG negli Stati Uniti: l’adozione dei principi ESG (Environmental, Social, Governance) da parte del settore finanziario è diventata un tema divisivo nella politica americana. I legislatori repubblicani hanno avviato inchieste, boicottaggi e cause legali contro le istituzioni accusate di promuovere il “capitalismo woke” a scapito dei settori energetici tradizionali. Questo contesto ha reso l’appartenenza alle alleanze climatiche un rischio politico e legale.
- rischi di contenzioso: gli stati guidati dai repubblicani hanno intentato cause contro aziende finanziarie, accusandole di collusione per limitare l’azione dell’industria dei combustibili fossili. Restare membri di alleanze come la NZBA e la NZAM ha aumentato il livello di scrutinio, creando rischi reputazionali e normativi.
- realismo di mercato: i critici degli impegni Net Zero sostengono che allineare i portafogli ai percorsi di decarbonizzazione può entrare in conflitto con le performance finanziarie a breve termine. L’aumento dei prezzi dell’energia e la ripresa degli investimenti nei combustibili fossili hanno evidenziato le tensioni tra gli obiettivi di sostenibilità e i rendimenti per gli azionisti, oltre che la reperibilità di fonti energetiche.
Le conseguenze per le alleanze climatiche
L’uscita di questi colossi finanziari rappresenta un duro colpo per la NZBA e la NZAM, mettendo in dubbio la loro influenza e fattibilità. La credibilità delle alleanze climatiche volontarie dipende dalla partecipazione dei principali attori; senza di essi, l’impatto collettivo si riduce. Inoltre, queste defezioni potrebbero incoraggiare altri membri a seguirne l’esempio, indebolendo ulteriormente le alleanze. BlackRock, in una dichiarazione, ha sottolineato che la sua uscita dalla NZAM non modifica il suo approccio alla valutazione dei rischi climatici e all’offerta di prodotti di investimento sostenibili. Tuttavia, i critici affermano che questi ritiri mettono in luce la fragilità degli impegni volontari e la necessità di quadri normativi più solidi.
Ripercussioni in Europa
L’esodo delle istituzioni finanziarie statunitensi contrasta nettamente con il percorso regolatorio dell’Europa. L’Unione Europea, attraverso il Green Deal e misure legislative come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la tassonomia europea per le attività sostenibili, ha istituzionalizzato le pratiche di sostenibilità. Tuttavia, le dinamiche politiche in Europa stanno cambiando. La crescente influenza di partiti che si oppongono al Green Deal potrebbe frenare il tentativo di leadership europea nell’azione climatica. L’indebolimento delle alleanze climatiche globali potrebbe inoltre complicare gli sforzi delle istituzioni finanziarie europee per mantenere la leadership nella finanza sostenibile. Senza una forte collaborazione transatlantica, raggiungere la scala di investimenti necessaria per una transizione verde globale rischia di diventare molto più complesso.
Implicazioni per le piccole e medie imprese
La divergenza negli approcci globali alla sostenibilità, evidenziata dall’uscita di banche e gestori statunitensi dalle iniziative Net Zero, pone le PMI europee in una posizione delicata. Sebbene le normative europee spingano per una maggiore integrazione dell’ESG, le dinamiche di mercato globali potrebbero creare disparità competitive. Le grandi aziende europee, obbligate dalla CSRD e dalla Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) a monitorare la loro catena del valore, trasferiranno inevitabilmente parte del peso del reporting alle PMI che forniscono beni e servizi. Per queste ultime, già alle prese con risorse limitate, tali obblighi potrebbero risultare onerosi. Integrare le PMI nel quadro ESG più ampio è essenziale per evitare di soffocare l’innovazione e la crescita nell’ecosistema imprenditoriale europeo. Misure di supporto mirate, come finanziamenti per tecnologie di compliance o modelli di reporting semplificati, potrebbero ridurre il carico per le aziende più piccole, mantenendo al contempo la leadership europea nella finanza sostenibile.